
Oggi vi parlo della mia disabilità, un problema genetico che induce parecchi genitori a terminare la gravidanza di un figlio che lo possiede. In molti paesi, pare anche nel nostro. Anche in Europa.
Questa malformazione non è rara, infatti è molto comune. Quasi il 50% degli abitanti del pianeta la possiede. Anzi, sarebbero di più se non fosse per gli aborti selettivi, ormai così comuni. La mia, è una disabilità pesante. E’ chiamata ancora handicap in molte culture. I portatori fanno una gran fatica a vivere, è una disabilità che attrae violenza e discriminazione. Ne si può morire giovani, molto giovani. Si diventa un peso per le famiglie, per le società.
Ho due cromosomi X.
Leggo ieri nell’ottimo blog di Lorella Zanardo:
Alcuni anni fa feci un viaggio in Rajasthan. Lessi nell’edizione inglese del quotidiano locale che l’apparecchiatura per l’ecografia recentemente introdotta in alcuni ospedali, era particolarmente apprezzata dalle famiglie indiane perchè permetteva l’aborto selettivo: se infatti il feto fosse stato femmina, si poteva decidere di interrompere la gravidanza.
Nella democrazia più popolata del mondo, con una economia in pieno sviluppo ma ancora pieno di contraddizioni, molte donne hanno accesso agli studi e si iscrivono all’Università ma resta viva una mentalità arcaica e mostruosa che fa percepire la nascita di una figlia femmina come una iattura: bisognerà crescerla, pagarle una dote costosissima, insomma un peso enorme per una famiglia. Ricordo che mi sentii quasi male nel leggere la notizia, non riuscii più a godermi il viaggio e passai il tempo a scrutare i volti delle bimbe che incontravo per cercare di comprendere se vivessero una emarginazione evidente
Leggendo penso, con tristezza, beh si sapeva. Lo fanno anche in Cina da molti anni, no? La legge del figlio unico, che deve essere maschio, per cui l’inutile femmina si abortisce. Già questa nozione basterebbe a sentirsi schiacciate, ma proseguo con la lettura:
Ora leggo su vari quotidiani che 500 bambine mancano all’appello qui in Italia. Pare che famiglie di stranieri qui residenti, utilizzino l’ecografia per l’aborto selettivo, così come in India. 5oo bambine mai nate in Italia, ottava potenza economica mondiale.
CI riguarda tutte, lo sapete vero? Non è un problema da emarginati.
Noi donne siamo ancora ritenute un fardello. Non conta pensare che no, nella nostra famiglia no, nel nostro contesto non accade. E’ come per la pubblicità lesiva della nostra immagine: non siamo noi a culo in aria nelle affissioni, ma QUELLE IMMAGINI, cambiano radicalmente l’immaginario intorno al femminile, che riguarda quindi anche noi.
Così l’idea che nel 2011 si possa rifiutare a priori la nascita di una bambina, significa affermare che nascere donna è ancora un grave handicap.
Oltre al dolore, oltre all’orrore, resta il lavoro da fare.
Ma l’orrore non nasce dalla scelta dell’atto abortivo, un atto controverso ma che deve rimanere tuttavia, nelle sue implicazioni morali, una libera scelta nelle giuste circostanze e condizioni. L’orrore è che i soggetti di questa scelta siano coloro che portano il mio stesso problema genetico. L’orrore è il fatto che persone come me, identiche a me biologicamente ed emotivamente, siano considerate un fardello inutile.
Quanto si è lottato, discusso, scritto sulla discriminazione verso chi, come me, come noi, si porta questi due infami cromosomi gemelli addosso? Ma solo una donna può capire la discriminazione quotidiana che è ancora rimasta, strisciante sottotesto culturale e religioso (ahimé di tutte le religioni), nella nostra vita quotidiana. Vieni discriminata se non hai un corpo perfetto. Se hai più di quarant’anni. Se hai un figlio -infatti, una donna incinta è il fardello più grande per la società. Mi chiedo a volte come questa società plasmata su modelli maschili di efficienza sterile, propone di mandare avanti la specie. D’accordo, siamo sovrappopolati, direi che i sette miliardi per ora bastano. Ma se eliminiamo donne e gravidanze, tra un secolo forse dovremmo cominciare a riproporci il problema della continuazione di Homo sapiens. E ripensare la struttura della società.
Mi chiedo se ne valga la pena.
Oggetti, dunque, sin dalla più tenera età, oggetti sempre. Sessuali, di scambio, di abuso, di guadagno. Governi su governi autorizzano e strutturano ciò che è un vero atto di pedofilia legalizzata, ovvero le spose bambine. Uomini ultratrentenni prendono in moglie bambine giovanissime, vendute dai padri in cambio di bestiame e denaro. Altri fardelli inutili, che sarebbe inutile mandare a scuola, a cui sarebbe inutile insegnare un lavoro.
Ne parlavo un paio di mesi fa, in un pomeriggio di fine estate, seduta ad un tavolino di un bar, con un uomo che ha dedicato il resto della sua vita ad una Onlus per l’aiuto dei bambini (e bambine) che non hanno la fortuna di vivere nella nostra società dello spreco. Mi parlava delle spose bambine, in India, nei paesi Arabi. Date in sposa anche a cinque anni di età.
Cinque anni, dico io, ma i mariti aspetteranno la pubertà poi?
E lui mi rispose, semplicemente “No. Ecco perché è pedofilia legalizzata”.
Lorella Zanardo ha colpito in centro. La colpevolizzazione del nostro stato, del nostro corredo genetico. Noi ci viviamo di sensi di colpa, vero? Ci scusiamo col mondo in continuazione. Perché portiamo quei due maledetti cromosomi X. E qui da noi siamo pure fortunate, almeno i nostri padri non ci hanno vendute in età prescolare per una dozzina di pecore. Almeno abbiamo i consultori familiari (in Italia, non datelo per scontato in altri paesi europei). Almeno abbiamo la contraccezione libera (in Irlanda vi ricordo che la contraccezione, qualsiasi tipo di contraccezione, era illegale fino al 1990). Almeno non ci licenziano quando rimaniamo incinte.
Scusate, quest’ultima frase è stato un errore di distrazione, ho dovuto correggere.
Dal momento in cui si nasce, anzi ancora prima di nascere, è una lotta quotidiana. Contro questi stamaledetti geni, che ci danno questi stramaledetti ormoni. E per sopravvivere dobbiamo aderire a modelli maschili, diventare aggressive, stronze. Nel terzo millennio c’è chi ancora ci abortisce perché inutile fardello sociale.
Come sarebbe stato tutto più semplice nascere uomini, vero? Niente sensi di colpa. La vita davanti, spianata.
Non avete idea quante volte ho maledetto questa mia disabilità.
[...] Il mio difetto genetico nov18 by Martina [...]
Bene, ho riportato d’ufficio questo post nel mio “Scelti per voi”, perché è un argomento che merita tutta l’attenzione del mondo e su cui non dobbiamo abbassare la guardia.
Io appartengo alla schiera delle fortunate, nel senso che sono nata in una nazione e in un’epoca in cui, almeno sulla carta, la donna non era discriminata ma, se fosse esistito all’epoca l’aborto selettivo, francamente non so se oggi sarei qui a scrivere.
Sulla carta la parità, ma culturalmente il modello di donna inferiore è stato, e forse è ancora, duro da scalzare.
Mio padre per esempio voleva principalmente il maschio, e forse mia madre aveva dei complessi per non riuscirglielo a dare. Passi per il primo figlio, che comunque dimostrava la fertilità della coppia, ma una seconda femmina era davvero una calamità: non sapevano quanto avevano ragione!
Comunque poi venne il maschio, che ebbe tutto, tutto quello che noi non potevamo neanche osare sognare, perché lui era maschio. Lui doveva andare avanti negli studi, anche se non ne aveva voglia, noi ci saremmo dovute fermare, benché piene di voglia e talento, perché eravamo femmine. Lui i soldi per tasca, perché doveva uscire e non poteva essere inferiore agli altri, noi a momenti neanche le scarpe ai piedi, perché tanto dovevamo stare a casa.
A 28 anni, con già un’esperienza all’estero, sposata, separata e convivente con un padre di due figli, capo area responsabile di una trentina di persone, venivo “rampognata” perché avevo osato acquistare un’automobile (coi miei soldi ovviamente) senza chiedere il permesso a lui, e venivo condannata all’isolamento morale perché separata e convivente.
Da bambine e adolescenti, mia zia ogni tanto ci regalava qualche soldo, mio padre glielo proibì perché non sopportava che delle donne avessero dei soldi di loro.
Sto al lavoro, non ce la faccio ad andare avanti, ma forse quanto scritto può già incominciare a dare un’idea…
Cara Diemme, ti ringrazio anche qui per aver segnalato questo articolo.
Ciò che hai descritto è così comune, ma così comune, e ti assicuro non solo in Italia, e nemmeno così tanto tempo fa. Di storie se ne potrebbero raccogliere a bizzeffe. Io ho vissuto in un paese della tanto invidiata nord Europa -difatti corroso dalla chiesa cattolica- il cui modello principale femminile era, fino a vent’anni fa (niente contraccezione, ricordate?) quello di stare a casa, fare il pane e farsi sei figli (quando andava bene). Fino a vent’anni fa non c’era una legge sulla maternità al lavoro, in genere le donne semplicemente si licenziavano quando rimanevano incinte, Per legge, fino all’inizio degli anni ottanta le donne in Irlanda dovevano rinunciare al lavoro quando si sposavano. Sì, avete letto bene. Una donna sposata non poteva lavorare per legge. Diventava proprietà del marito. Ovviamente niente divorzio fino al 2005.
Le leggi ovviamente sono cambiate e anche la società, ma il retaggio culturale permane, anche in Europa. Basta guardare le pubblicità (ahimé soprattutto in Italia).
E poi ci sono questi casi orribili, i casi dell’India, dell’Afghanistan, dei paesi arabi, della Cina. Potrei andare avanti a lungo.
Ed è così doloroso, lo sai anche tu vero? A volte è così difficile.
Che non rimanga carta straccia:
http://www.unicef.it/doc/599/convenzione-diritti-infanzia-adolescenza.htm
..non ho parole…
Pensavo l’Irlanda fosse un paese emancipato….maledetta ignoranza, la mia.
ma ho girato ben poco in vita mia per rendermi conto della vera realtà delle cose.
Conosco qualcosa, perché mi son documentata…e ci son rimasta sbigottita.
W’ una lotta dura, che credo durerà anni e anni..e forse questa differenza tra uomo e donna
non riusciremo mai a cancellarla definitivamente.
Ogni tanto nasce qualche donna con le “palle”,..perché poi non si dice ovaie, mica l’ho capito…
e da forfait agli uomini, e lotta e non si piega e le donne riescono a respirare un po’ d’aria nuova…
Tutto ciò ha un prezzo alto, a volte la vita, a volte l’esilio…
per cosa poi…sono diritti sacrosanti…eppure di santo non hanno nulla perché non ci proteggono dal male.
Non dimentichiamocelo…avete ragione.
vento
@Vento, si dice “con le palle” perché per sopravvivere spesso siamo costrette ad uniformarci a standard di comportamento maschili. Perché, lo ribadisco, essere donne è ancora considerato un HANDICAP. Il sesso debole, ricordi?
Certo che si paga un prezzo alto. Io ho perso un figlio, che era cresciuto assistendo a questa logica perversa. nel momento in cui la madre “debole” si è ribellata, stufa di sentirsi chiamare f****** bitch di fronte ai figli quando non acconsentiva al gioco, lui ha perso i modelli culturali che gli erano stati proposti. Ed io ho perso lui, perché volevo sopravvivere, non volevo morire, almeno per mia figlia.
Leggiti anche questo sull’Irlanda: http://it.wikipedia.org/wiki/Case_Magdalene
L’ultima è stata chiusa nel 1996. Stiamo parlando del cuore dell’Europa democratica, proprio di fianco alla laica e progredita Gran Bretagna, non dell’Afghanistan.
E’ difficile, più di quanto ci viene fatto credere. E poi ci viene datto il lecca lecca con le quote rosa.
Beh, come hai detto tu l’arretratezza culturale dell’Irlanda deriva da un integralismo cattolico che – fino all’altro ieri – sosteneva che le donne non avessero un’anima…
poi, ovvio, il mondo si evolve ma fare le leggi non basta.. occorre far capire all’uomo che se un Dio esiste, certamente non ha sesso o colore, e – penso – non può essere interessato all’elevazione di riti e sacrifici.
“L’evoluzione sociale non serve al popolo, se non è preceduta da una evoluzione di pensiero” cantava Battiato tempo fa (“New Frontiers” dall’album “L’arca di Noé”)…
Bellissima la citazione di Battiato, Kalos.
La sottoscrivo. L’evoluzione di pensiero in molti posti non c’è stata. l’evoluzione sociale è stata un’evoluzione consumistica, soprattutto se è accaduta negli ultimi dieci anni. Nella società 2.0 tutto è usa e getta, incluso il corpo delle donne, inclusa la loro sessualità. L’Irlanda è il paese europeo in cui si vende di più la pillola del giorno dopo, al punto che non ci vuole neanche la ricetta. Certo, l’alcol consumato ad ettolitri nei weekend non aiuta. Ma anche il fatto che la sessualità non si è evoluta in modo consapevole, penso alle rivoluzioni femministe degli anni ’70 in Italia e in Francia, penso alle nostre lotte per la 194, penso allo slogan “è mia e me la gestisco io” che ovviamente fa tanto ridere però contiene una verità di fondo. Ovvero che la gestione del proprio corpo deve essere consapevole e non una “rivolta” di stile adolescenziale alla repressione dei decenni precedenti.
Sarebbe da scriverci trattati su trattati (e già lo fanno…).
Purtroppo il dramma delle spose bambine è ancora molto radicato nella cultura e nelle usanze, religiose e non. Forword e Fonte di Speranza ONLUS non vogliono certo rivoluzionare il mondo, o guerreggiare con un’intera cultura. I nostri volontari agiscono sulla formazione, sull’informazione, che pare essere ancora l’unica arma in mano alle generazioni future..
Caro Max, grande onore averti sul mio blog. Non appena mi riprendo dal mio momento casual
voglio senz’altro approfondire il discorso sul lavoro che fate, anche in altri settori… e perché no, di fronte a quella birra, espandere anche altri progetti… tipo un blog “figlio” dedicato? Sarebbe da parlarne.
E’ impossibile rivoluzionare il mondo o combattere una cultura… ma se si possono salvare anche tre bambini, ecco, gli sforzi sono valsi tutti, anche per quei tre.
To be continued…
[...] http://larabafenice.wordpress.com/2011/11/18/il-mio-difetto-genetico/#comments [...]
Scusate se la mia è una voce fuori dal coro ma io non mi sono mai sentita discriminata. Sono coetanea di Diemme, ho un fratello maschio più grande di me, la mia nascita è stata accolta come una benedizione ad un’età, quella di mia madre, che ai tempi sembrava off limit: 30 anni. Io mi sono laureata mio fratello no (ma non perché gliel’avessero proibito, piuttosto perché non aveva voglia di studiare), io ottenevo tutto ciò che volevo mio fratello no, ancora oggi ho l’impressione che i miei considerino mio fratello il figlio di serie b mentre quella di serie a sono io.
Si potrebbe pensare che io sia fortunata e basta. E lo sono effettivamente, considerando anche il fatto che sul lavoro non mi sono mai sentita discriminata, anzi. Nell’ambito dell’insegnamento, infatti, le donne sono l’80% quindi i veri discriminati sono gli uomini che, malvolentieri, si dimostrano sempre d’accordo con noi donne anche perché siamo capaci di essere molto vendicative.
Mi sento molto meno fortunata, invece, se considero i miei rapporti con le altre donne, che siano parenti, amiche, colleghe o superiori (le presidi donne, ad esempio, sono molto più perfide degli uomini). Ma in questo caso credo che la causa sia l’invidia e la gelosia che le donne nutrono nei confronti di chi è “più” (o ritengono tale) di loro. Gli uomini sono molto meno stupidi in questo caso.
Non so se la mia più grande fortuna – visto l’argomento del post – sia di avere due figli maschi. Io una femmina l’avrei anche voluta proprio perché da femmina mi sono sempre sentita a mio agio nel mio mondo.
Se poi consideriamo il disagio delle donne in altre parti del mondo e in determinate culture, be’ il discorso è diverso. Ma qui da noi non vedo dove stia di casa la discriminazione.
P.S. ho letto recentemente un articolo sul Corsera in cui si dice che le bionde guadagnano di più delle more: WOW, sono superfortunata allora!
Cara Marisa (e quarchedundepegi, grazie per il link), sei fortunata, lo sei stata, e sicuramente sei in un contesto che ti permette di sentirti a tuo agio. E’ un contesto culturale. fossi nata in India e tuo padre ti avesse venduta all’età di 5 anni ad un uomo trent’anni più vecchio di te, allora forse la penseresti in modo diverso. Se ricordo bene quest’articolo era nato per sottolineare un contesto globale in cui essere donne è ancora visto come una disabilità.
Io vivo in Lombardia, è ovvio che qui non mi sento discriminata. Però mi sono sentita discriminata in Nord Europa, guarda caso in un paese ultracattolico. Ed anche lì non nella grande città, ma in un contesto rurale.
Dipende tutto da dove si cresce, da dove si ha la fortuna di vivere. Però tiriamo le somme, facciamo un discorso globale, alla fine.
Donna è Hillary Clinton ma donna è pure la ragazzina nigeriana che viene soggetta all’infibulazione e poi viene anche violentata durante una guerra civile. Stesso corredo genetico.
Rimaniamo allora, se vogliamo, nella nostra “civilizzata” Europa. Io di donne che hanno dovuto promettere al datore di lavoro di non rimanere incinte (nel qual caso se ne potevano tornare a casina) ne ho conosciute eccome. Discriminazioni aperte ma anche sottili. Senza parlare dell’immagine propinata dai media, ahimé soprattutto quelli italiani. Devo entrare in dettaglio? Li vediamo tutti i culi sbattuti sullo schermo, no? Per quest’ultima questione io consiglio a tutti la visione dell’ottimo documentario della Zanardo: http://www.ilcorpodelledonne.net/?page_id=89
E’ tutto un relativo intreccio di vissuti, uno diverso dall’altro. Poi si tirano le somme. Tu sei vissuta in un contesto in cui le donne erano “vendicative”. Io ho subito un’altra situazione, dove ad esempio se avevi figli a carico potevi tranquillamente startene a casa con il sussidio, nessun datore di lavoro avrebbe fatto la ben minima concessione.
E, ricordiamoci, noi siamo fortunate ad essere in Europa. Dove, ribadisco, la discriminazione c’è eccome in piccole (ma neppure tanto piccole) crepe quotidiane.
No, continuo a sostenere che, fossi nata uomo, le cose mi sarebbero andate meglio. E d’altronde non è questo che ci richiede la società? Un comportamento al maschile. Sono le donne “bastarde” ad avere la meglio nel lavoro, e nella vita.
Le donne che agiscono al testosterone.
Cara Martina,
scusa se rispondo in ritardo ma il tempo è sempre tiranno … più che mai.
Io concordo su ciò che dici, in linea generale. Il mio commento era riferito più che altro alle parole di Diemme ed essendo lei mia coetanea, ho rilevato la differenza tra il modo in cui sono cresciuta io e quello in cui è cresciuta lei. Io penso che la famiglia, essendo un microcosmo sociale, abbia la sua responsabilità. A ciò sia aggiungano la cultura e la religione che certamente influenzano non poco l’educazione in famiglia. Lo Stato, da parte sua, non sempre viene incontro alle esigenze delle donne e anche questo è un fatto.
Tuttavia non mi sento di dire, generalizzando, che le donne siano meno fortunate degli uomini. Certo quelle che pensano di ottere qualcosa adeguandosi al comportamento maschile o assecondando i desideri degli uomini (e ho detto tutto!) forse ottengono di più ma, secondo me, sono meno intelligenti.
Insomma, noi donne siamo meno fortunate, forse, ma anche più intelligenti.
Per commentare questo tuo struggente articolo ho scritto questo:
http://quarchedundepegi.wordpress.com/2012/02/04/la-donna-e-fantastica-e-unica/
ma non ho avuto da parte tua alcuna reazione. Perché? Sono molto curioso.